Cosa significa “DARE”?

Cosa significa “DARE”? Il vocabolario dice: “cedere qualcosa a qualcuno, trasferirlo ad altri”. Per lo più quando diamo qualcosa a qualcuno ci aspettiamo qualcosa in cambio, è una forma mentis che quasi viene spontanea.

Inevitabilmente ci creiamo un’aspettativa che se non viene soddisfatta, mette in atto una serie di pensieri il più delle volte negativi. In altri casi ci troviamo a dare solo per il piacere di farlo, non mettiamo condizioni e la maggior parte di questi casi sono legati a un sentimento in particolare: l’amore.

Poi ci sono alcune persone che nascono con la predisposizione per il “dare”, lo fanno solo per la gioia di farlo, io ho avuto il piacere di conoscere una di queste persone, anzi due: Nicoletta e suo marito.

Lei è un’insegnante di scuola elementare, mamma di tre figli “naturali” e di 23 figli “sociali”, non molto alta, coi capelli biondi e gli occhi dolci, un po’ timida. Ho deciso di raccontarvi di lei perché, col marito Alberto, si sono dedicati per dieci anni all’affido di bimbi e ragazzi. La incontro nel primo pomeriggio di un giorno come tanti, per farmi raccontare questa sua meravigliosa avventura. Mi accoglie con il suo sorriso che è quasi una carezza, c’è un po’ di imbarazzo, ma lo superiamo velocemente. Prima di iniziare la sua storia, che non vedo l’ora di conoscere, precisa che la decisione di prendere in affido dei bambini è arrivata in modo spontaneo sia per lei che per Alberto, come se fossero già consapevoli incosciamente della missione che li aspettava.

Poi comincia a raccontarmi che nei primi anni ‘90 le viene data l’opportunità di fare delle supplenze presso il carcere femminile della Giudecca a Venezia, dove per la prima volta impara il vero significato della parola “affido” e per la prima volta tocca con mano il peso e l’importanza di “dare” cure e amore a delle piccole persone sconosciute che provengono da situazioni non belle. Mi descrive la zona del carcere dedicata alle donne con figli: “IL NIDO”, dove le mamme possono stare con i propri figli, ma solo fino all’età di tre anni.
Poi vengono separati per evitare che questi bimbi capiscano la realtà che li circondano e vengono dati così in affido. La decisione per lei e il marito di fare questo passo non arriva subito, ma il pensiero è come un tarlo: piano piano si fa strada.

La disponibilità di ospitare altri ragazzi si manifesta con l’aprire le porte di casa agli amici e ai cuginetti dei loro figli. Agli inizi del 2000 arriva la prima esperienza ospitando un ragazzo di Chernobyl per quattro estati. Mi racconta che attraverso le loro amicizie approfondiscono l’argomento ed entrano in contatto con strutture come cooperative e fondazioni che si occupano di adozioni momentanee di bambini e ragazzi con difficoltà. Nel 2006 un amico, Padre Francescano, gli chiede in modo molto esplicito di ospitare un ragazzo magrebino di 17 anni, che rimane con loro per sei mesi. Durante questo periodo il tarlo arriva alla meta e il 14 luglio del 2006 dicono “SI” e sotto l’ombrellone in spiaggia gettano le basi del loro sogno con questo intento: “donare la nostra genitorialità per far vivere uno spaccato della loro vita ricco di emozioni buone, di esperienze positive che creino ricordi luminosi”.

Abbassando un po’ gli occhi racconta che, col senno di poi, le aspettative erano un po’ troppo alte: “i figli naturali salgono sul tuo treno e continuano il viaggio con te, mentre un figlio “sociale” sale sul tuo treno avendo già un viaggio alle spalle, con delle esperienze completamente diverse”. I primi ragazzini in affido, una coppia di fratellini, arrivano a febbraio 2007, e da qui in poi il racconto non segue più la linea temporale.

Mi accorgo che sta rivivendo ogni emozione vissuta mentre me ne sta parlando, finché arriva un istante di silenzio… capisco che è arrivata un ricordo forte. Mi descrive una bambina di 7 anni che non parlava molto. Per la prima volta la portano al mare e mentre camminano tutti e tre per mano verso il bagnasciuga e ad un certo punto la sua vocina sussurra: “Alberto è bellissimo il mare”, con un sorriso che illumina tutto il suo visino. Ecco la ricompensa di chi dà solo per la gioia di dare, quell’emozione che è riuscita a suscitare con semplicità e umiltà nella persona che ha ricevuto. Quel sorriso apre il cuore a tal punto di sentirlo dolorante per la felicità. Il messaggio che mi è arrivato da Nicoletta e Alberto, che voglio condividere con voi è questo: dare è bellissimo e devo imparare a farlo senza far uscire conigli dai cilindri, ma con l’intendo di dare un’emozione che illumini il cuore. Se poi arriva il sorriso?
Ho raggiunto il mio intento. ”

Donatella Secco
By | 2017-02-04T14:27:30+00:00 febbraio 7th, 2017|IronMan|0 Comments

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