Dal jazz al country, l’isterica grazia delle Kalahysteri

Nell’Africa centro-orientale esiste uno speciale tipo di arpe chiamate zande. Secondo la tradizione delle popolazioni che abitano queste zone, è lo strumento a essere accordato sulla voce attraverso uno specifico rituale di purificazione. Nel caso del gruppo Kalahysteri, si può dire lo stesso: la musica si è sintonizzata sulle voci delle tre cantanti, Astrid Dante, Elisa De Munari e Giusi Pesenti, in un amalgama fra voci, chitarra e basso che risulta piacevole e armonioso.

Pur restando nel solco del country americano come genere da cui attingere le influenze maggiori, i riferimenti al punk inglese e al pop-rock sono molteplici e vanno a comporre una variegata e sotterranea trama di rimandi, dai Nirvana di “Smell like Teen Spirit” ai Velvet Underground. Le tre musiciste apprezzano di certo Patti Smith e Neil Young, e pensando a gruppi più contemporanei, i Cigarettes After Sex, che rientrano pure nel mio gusto musicale – penso in particolare a “Nothing’s gonna hurt, baby” e “Affection”.

Delle dieci tracce che hanno scritto, trovo molto bella la prima e la seconda, nella quali si parla di distanze affettive. Sembra quasi di leggere una pagina di Faulkner o Alice Munro, autori che parlano di luoghi lontani dalla casa intesa come spazio urbano già noto. I toni orali raccontano in modo conciso il sentimento della malinconia. La terza canzone in particolare ha sonorità molto simili a quelle di Donna Donna, nell’interpretazione di Joan Baez. Ci sono echi di sonorità psichedeliche e del country di Donovan che ci fanno capire quanto le tre ragazze abbiano le più diverse estrazioni musicali.

A conferma di ciò, Giusi proviene dal folk e dalla popular music, Elli dal blues, grunge, rock mentre Astrid ha dalla sua sonorità punk, rock’n’roll e power pop. I testi rispecchiano una profonda conoscenza del sentimento amoroso, mescolato ai temi della distanza e dei confini fra sé e l’Altro, a

lla difficoltà di amare, fra disincanto e delusione, con una particolare attenzione per le tematiche di genere in segno di protesta nei confronti del patriarcato. La musica diventa così un momento terapeutico, oltreché un processo di auto-coscienza a fini emancipatori e di gioiosa ricerca interiore, come inteso dalla stessa

 

Tori Amos, fonte di ispirazione per le tre musiciste. Nel complesso, è un album che trae molti benefici dal suo essere un lavoro ibrido e poliedrico, non soltanto perché coprirà i gusti di un pubblico variegato, ma perché suscita nell’ascoltatore il desidero di gustare la traccia successiva, di scoprirla e apprezzarla nella sua freschezza e originalità.

Per questi motivi, a mio giudizio, questo disco è un lavoro davvero riuscito e convincente. Lo si può ascoltare più volte per apprezzarne le sfumature, per rilassarsi o lasciarsi coinvolgere nelle sue emozioni più accese. La sua musica sarà il sottofondo non solo per balli liberatori, ma pure per la personale introspezione, perché senza essere invadente vi condurrà in un effervescente universo di rimandi e melodie “già sentite”, senza che questa sensazione vada a inficiare il valore dell’album.

Il plus valore del mio giudizio: ho scoperto questo gruppo giovedì 8 marzo nella splendida location del Ca’Sana – Cibo Arte Cultura a Padova.

 

Autrice: Anna Quatraro

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By | 2018-03-29T15:34:49+00:00 marzo 29th, 2018|LIFESTYLE, Musica, Territorio, VIAGGI|0 Comments

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