Fotocrazia al Salotto Letterario di Frequenze Visive

L’ultimo salotto letterario della stagione, prima della pausa estiva, ha visto Frequenze Visive ospite del festival della fotografia sperimentale, nella splendida cornice del Museo della bonifica Ca’ Vendramin a Taglio di Po, immerso nell’affascinante paesaggio del delta.

Per l’occasione Frequenze Visive ha proposto per la discussione due articoli di Michele Smargiassi, giornalista autore del blog di Repubblica “Fotocrazia“: quale migliore argomento, considerando che i partecipanti del salotto erano non solo persone interessate alla fotografia, ma anche aperte alla sperimentazione e alla ricerca fotografica?

Silvia Pasquetto, che conduce i salotti letterari di Frequenze Visive, apre la discussione riassumendo brevemente i due articoli. Il primo articolo s’intitola “Non smettete di fotografare” e prende spunto dall’invenzione di una “Camera restricta”, ossia di uno strumento che impedisce di scattare fotografie banali e ripetitive. L’altro articolo, “Le contraddizioni della focaldemocrazia” ruota attorno a una domanda provocatoria: “La fotografia è democratica”?

A quest’ultima domanda, nessuno dei partecipanti ha risposto in modo netto in un senso o nell’altro perché in fondo la domanda non ha una vera risposta, ma vuole essere l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della fotografia dei nostri giorni. La democraticità dipende da cosa s’intende per fotografia (e in fondo anche per democrazia): c’è chi dice che è democratica per la possibilità che ognuno ha di fotografare e diffondere le proprie immagini sui social, confondendo in parte i concetti di democraticità, accessibilità e diffusione della fotografia. In realtà anche questi due semplici gesti, scattare e postare, presuppongono la presenza di attori che assai poco hanno a che fare con la democrazia. Le foto che noi facciamo si avvalgono di software di proprietà di qualcuno e sono visibili grazie a software di pochi altri; la condivisione avviene su piattaforme limitate, in mano a pochi soggetti che detengono un enorme potere comunicativo.

C’è chi ribatte che in realtà in fotografia si può scegliere tra innumerevoli mezzi, a volte magari inventati e che in fondo anche questo è segno di democrazia. Al salotto ha partecipato anche il fotografo Francesco Capponi, che esponeva al festival. Francesco costruisce le sue singolari macchine stenopeiche con gli oggetti più disparati, da un ditale a un uovo, al tronco di un ulivo o un origami. I suoi lavori sono spesso presi a riferimento durante la discussione del salotto letterario, a sottolineare la possibilità anche oggi di essere liberi e originali.

C’è chi dice che la fotografia è democratica a seconda dell’uso che se ne fa, e che sia l’agire umano il discriminante; altri invece la vedono come anarchica più che democratica. Ci s’interroga quindi se la fotografia sia libera o meno, se i fotografi riescano oggi a non essere schiavi di domande come “Piacerà il mio lavoro? Sarà compreso?”, e se siano davvero in grado di fotografare quando, come e quello che vogliono.

La fotografia raccoglie in sé psicologia, antropologia, sociologia, storia e cultura: forse anche per questo è democratica. E’ un linguaggio e come tale utilizza dei codici e la padronanza e consapevolezza di questi codici può dare accesso a più o meno democrazia. Nella nostra epoca si generano innumerevoli immagini, si è sicuramente ampliata la gamma dei messaggi e dei codici, ma ne è forse diminuita la consapevolezza. Da qui la necessità di un’educazione visiva, a partire dalle scuole, che possa fornire una conoscenza dei codici che regolano il linguaggio visivo e concorra a formare una società più consapevole (e più libera e democratica), capace di leggere le migliaia di immagini a cui è quotidianamente esposta. A questo proposito un ruolo importante lo svolgono coloro che conoscono i codici del linguaggio visivo e si occupano di fotografia, anche se non necessariamente – anzi capita molto spesso – non fanno fotografia in prima persona.

La diffusione attuale di migliaia d’immagini ci riporta all’argomento dell’altro articolo di Michele Smargiassi, se vale ancora la pena di fotografare. La risposta in questo caso è più orientata verso il sì. In fondo la vera democrazia della fotografia, o piuttosto la sua libertà, sta proprio nel poter fare anche una foto banale e già fatta e strafatta, perché, se sentita dall’autore, avrà comunque un valore personale. C’è chi sottolinea che la foto può comunque essere originale, anche se il soggetto è già stato fotografato innumerevoli volte: se si tratta del ritratto di una persona, l’espressione sarà comunque diversa e in ogni caso il punto di vista di ciascun fotografo ha in sé sempre qualcosa di personale, anche se frutto di imitazione pedissequa o, ancora peggio, di un filtro preimpostato su Instagram o Flickr. Il pericolo, in quest’ultimo caso, sta non tanto nella banalità della foto, quanto nella mancanza di consapevolezza dei codici d’interpretazione dell’immagine, di cui si è precedentemente parlato, che può portare a una “manipolazione” del gusto e dell’attività del fotografo.

C’è chi cita un’intervista di Sebastiao Salgado che dice che le foto scattate con il telefonino non sono fotografia. In realtà si tratta della consueta domanda: di cosa parliamo quando usiamo il termine fotografia? Di quella stampata, che ha la funzione di conservare la memoria, o di quella smaterializzata in bit di informazione, che circola in rete e che Fontcuberta definisce “postfotografia”, indicandola come il modo con cui la fotografia si è adattata alle nostre vite on-line? C’è chi cerca di resistere, scattando poche foto, solo se veramente sentite, c’è invece chi constata la propria incapacità di cancellare foto, anche quando la memoria del cellulare è piena, perché in fondo nessuna foto è sbagliata.

In realtà ogni fotografo deve valutare e cercare la propria dimensione; in un mondo in cui ci sono moltitudini di foto, sempre migliori anche in qualità, non è più la qualità della foto a fare la differenza, ma la ricerca di significato. Ora è il senso a dare un valore alla foto, non la qualità; citando Smargiassi, “fotografare oggi è, semplicemente, avere un senso in più”.

E come d’abitudine, anche questo salotto letterario di Frequenze Visive si conclude con un momento divertito tra il polemico e il provocatorio: non sarà che troppa democrazia e troppa popolarità della fotografia ci abbiano fatto male? Non sarà che stiamo entrando in una fase di populismo della fotografia?

 

 

 

 

Rita Rossi
Appassionata di arte, fotografia, cinema e scrittura, forse per compensare l'anima da ingegnere.
Faccio parte dell'associazione fotografica Frequenze Visive, per la quale mi piace scrivere di fotografia e di tutti gli eventi ad essa correlati.
By | 2018-06-08T17:24:13+00:00 giugno 9th, 2018|Fotografia, LIFESTYLE|0 Comments

Leave A Comment

CommentLuv badge