Joan Fontcuberta e l’”incredibile” avventura del Soyuz 2

Immaginate un fotografo spagnolo, anzi catalano, che di questi tempi è meglio non confondere.

Immaginate che oltre che fotografo sia anche critico, curatore, docente, storico e profondo conoscitore della fotografia, oltre che molto curioso, ironico, dissacrante, creativo, giocoso.

Immaginate che nei suoi studi si sia imbattuto in una storia che ha dell’incredibile e che abbia cercato di ricostruirla attraverso cimeli e fotografie ritrovate.

La storia è quella del Soyuz 2, una navicella spaziale russa degli anni della corsa allo spazio; la navicella pur essendo completamente automatizzata, fu mandata in orbita con il cosmonauta Ivan Istochnikov e la cagnolina Kloka.

Immaginate che il cosmonauta non sia mai rientrato dalla sua passeggiata nello spazio e che all’atterraggio di ritorno sulla terra nella navicella non si sia trovata traccia di lui, a parte un meteorite contenente della kriptonite raccolto durante la missione e una bottiglia di vodka vuota con un messaggio indecifrabile.

Potete ben immaginare che onta sarebbe stata per l’allora Unione Sovietica la diffusione della notizia di questa scomparsa nei paesi dell’Ovest. Di conseguenza riesce facile immaginare il processo di “damnatio memoriae” attuato dai gerarchi russi dell’epoca, il tentativo di cancellare tutte le tracce di quella missione e della fama del cosmonauta, con quella precisa efficacia, che ben conosciamo anche per altri casi, che il regime comunista sapeva attuare.

Ecco che da qui nasce il lavoro di recupero della memoria da parte di Joan Fontcuberta, il suo desiderio di ricostruire la storia di Ivan Istochnikov e della sua missione con il Soyuz 2 e la sua meticolosa ricerca di cimeli dell’epoca, come i resti della navicella spaziale, le tute, i disegni e i documenti dell’epoca e soprattutto una quantità di fotografie, della vita privata e pubblica del cosmonauta, recuperate con grande difficoltà da Fontcuberta nell’ex Unione Sovietica, attraverso un lavoro di indagine davvero approfondito.

Il risultato del lavoro di Joan Fontcuberta è una mostra, “Sputnik: l’odissea del Soyuz 2”, che sarà visibile fino al 19 novembre nell’ambito della biennale di fotografia Foto/Industria a Bologna, presso palazzo Boncompagni in via del Monte, 8.

La rassegna Foto/Industria, patrocinata dal MAST e curata da Francois Hebel, direttore per molti anni dei “Rencontres” di Arles, il più importante festival europeo di fotografia, è un appuntamento a cui gli appassionati non possono mancare.

La mostra di Fontcuberta è molto particolare e lascia un po’ interdetti. La ricostruzione della storia dell’astronauta Ivan Istochnikov e della sua carriera è dettagliata e precisa; vi sono foto di Ivan da bambino, del suo matrimonio con Irina, della loro vita coniugale, della sua preparazione alla missione, delle cerimonie militari a cui aveva partecipato, dei suoi momenti di relax, nonché foto della missione stessa. La sensazione che si prova a percorrerla però è straniante, sembra esserci qualcosa di strano nell’espressione del cosmonauta o nei suoi tratti somatici.

I soci di Frequenze Visive e gli affezionati frequentatori del salotto letterario organizzato dall’associazione fotografica sapranno subito capire, con un sorriso divertito, il perché di questa sensazione.

La storia di Ivan Istochnikov non è vera. E’ una ricostruzione totalmente “posticcia” del fotografo autore della mostra. I frequentatori di una delle passate edizioni del salotto letterario di Frequenze Visive, dedicato proprio al saggio di Joan Fontcuberta “La (foto)camera di Pandora” non avranno difficoltà a riconoscere Fontcuberta stesso in buona parte delle foto (che in realtà sono fotomontaggi) di Ivan Istochnikov, dato che il ritratto del fotografo è riportato proprio sulla copertina del libro.

La provocazione è forte, divertente e acuta, propria dello stile di Fontcuberta. Lo studioso ci vuole far riflettere su quanto forti siano le nostre aspettative nei confronti della fotografia, quale mezzo per conoscere la verità dei fatti, giocando con il nostro spirito critico e il nostro raziocinio, che si rivelano quanto mai vulnerabili.

Un esperimento, quello di Fontcuberta, assai spregiudicato: è sufficiente che qualcosa sia esposto in una galleria perché risulti totalmente credibile. Lo studioso in questo modo ci rende più consapevoli del doppio potere dell’immagine, che può rivelare oppure mistificare la verità. La fotografia può essere un’affilata arma di persuasione; questo divertito esperimento fa pensare agli effetti a cui possono arrivare organismi più potenti in fatto di convincimento.

Per chi volesse incontrare Joan Fontcuberta, ci sarà occasione di farlo presso l’auditorium del MAST sabato prossimo 18 novembre, alle ore 17.30, quando presenterà “Progetto X.B. / Sfatare la leggenda di Vivian Maier”.

Rita Rossi
By | 2017-11-14T13:46:22+00:00 novembre 15th, 2017|Arte, Eventi, Fotografia|0 Comments

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