Non Uccidere i Tuoi Sogni – Il Gioco dell’Anello

Ricordo il mio primo mal di denti. Non lo ricordo tanto perché mi faceva male in modo particolare quanto perché ha fatto parte delle mie prime esperienze su alcune verità della vita. Sì, perché si può imparare tanto dal dolore quanto dalla gioia, e a volte è soltanto questione di scegliere in quale modo uno desidera farlo. E ne ho la prova. Avevo circa 4 o 5 anni. Vivevo in un quartiere caratteristico di Buenos Aires, credo si chiamasse Chacarita. Non ricordo quasi niente del quartiere, però ho ancora ben impressa nella mia mente un’immagine: dal marciapiede di casa mia, se guardavo verso destra vedevo in lontananza un’enorme ciminiera che ogni tanto buttava fuori spire di fumo nero. Io non sapevo all’epoca di che cosa si trattava ma… gli sguardi fuggevoli e cupi degli adulti e alcuni enigmatici commenti ogni volta che guardavano in quella direzione mi facevano sospettare che là non accadesse nulla di buono. Poi scoprii che quella ciminiera apparteneva al cimitero della Chacarita e lì cremavano la gente. A quell’età non sarei riuscito a comprendere che, alla fine, molte storie umane finivano così, in una sinuosa, contorta e tortuosa voluta di fumo che si disperdeva nel cielo con lentezza, e quello era tutto ciò che rimaneva di uno: ovverosia, nulla.

In contrasto con quella visione intimidatrice, se giravo la testa verso la mia sinistra vedevo nell’angolo una giostra. Era il tipico angolo di quartiere dove si trovava il tipico terreno incolto, dove un giorno, dal nulla, come piombata dal cielo, era comparsa una giostra.

La giostra in sé stessa era un vero e proprio parco dei divertimenti, un invito al sogno e alla fantasia. Con la presenza della giostra si trasformò la vita di tutti i bambini del quartiere, compresa la mia. I miei giorni si dividevano tra la meravigliosa esperienza di girare sulla giostra e tutto il resto, che passò a essere forzato, insulso, coatto. Nell’isolato del mio quartiere tutti, compreso il tempo, conobbero il principio della relatività, perché da un momento all’altro la vita languida e ritmata si trasformava in un turbinio, in qualcosa di affascinante.

Ti starai domandando come può essere che una semplice giostra provocasse un cambiamento di tale portata nel tempo e negli stati d’animo, ma ci tengo a ricordare che i bambini vedono cose che gli adulti ormai non vedono più, e sentono quello che i più grandi hanno smesso di sentire.

Durante le interminabili ore in cui quella giostra era coperta dal telone, silenziosa e quieta, a celare al suo interno un mondo di eccitazione e di allegria, il tempo, nell’isolato di casa mia, trascorreva insignificante e ordinario, come quello di qualunque altra strada: ma non appena il giostraio, alle cinque del pomeriggio di ogni pomeriggio, sotto il nostro sguardo acceso e pieno di aspettative cominciava ad arrotolare i teloni con una lentezza esasperante, il tempo, il medesimo tempo, mutava: si riempiva di sentimenti e sensazioni, viveva un cambiamento, e si riusciva addirittura a percepirne il suo stesso mettersi in moto. La cerimonia continuava solenne con l’attacco del cavallo alla giostra (sì, leggi bene, un cavallo. E non ridere. Meglio che tu non sappia mai se sono io troppo vecchio o se lo era la giostra quando si stabilì nel mio quartiere). Il rito culminava, solenne e magnifico, quando il giostraio cominciava a caricare l’organetto con una grande manovella per iniziare a suonare. In quell’istante il mio isolato si trasformava in qualcosa di unico e spettacolare. Quando la musica della giostra cominciava a suonare il quartiere si trasformava magicamente in un’oasi di fantasia, un mondo di avventure. Las Vegas  a Chacarita.

La giostra di cui parlo era naturalmente una “vera” giostra, a “trazione sanguigna”, con un vecchio cavallo veterano che sapeva accelerare in modo graduale sino a dare alla giostra la velocità esatta che deve avere una “vera giostra”. La mia giostra aveva “vera” musica da giostra. Il cavallo, la giostra, la musica e il giostraio formavano un’armonia completa e inscindibile. Tuttavia, imparai anche che, come tutto nella vita, nulla era perfetto, e ogni tanto bisognava interrompere la frenesia e l’entusiasmo del gioco, sedersi ad aspettare con pazienza che il cavallo si riposasse, il giostraio gli desse da mangiare e si prendesse un’ infuso di erba mate, fino a che ricaricava l’organo e tutto si rimetteva in moto un’altra volta.

Il mondo procedeva così alla velocità giusta e al ritmo esatto di un cavallo da giostra e secondo i capricci del Gran Giostraio. Dopotutto, che fretta c’era? Davvero, per caso c’era qualche posto migliore dove andare? La giostra mi insegnò che non c’è nessun posto dove arrivare, partire e arrivare si fondono a ogni istante, che tutto è ciclico come l’universo, che il dolce e l’amaro, il dolore e il piacere, la risata e il pianto s’incontrano ogni momento faccia a faccia in un giro di giostra, e salendo sulla giostra ci si trova l’una o l’altra cosa in un attimo. Sicché l’astuzia stava nel godersi ogni giro. Ma quello lo sapevamo solamente noi bambini.

Ebbene, ti stavo raccontando che ricordo molto bene la volta in cui mi presi il mio primo mal di denti. Mi lagnavo in modo così seccante che mia madre mi diede delle monete per andare a girare sulla giostra. Vuoi sapere che cosa accadde? La magia accadde! Il mio mal di denti sparì non appena salii sulla giostra. Scoprii che ci sono cose che ci fanno male perché davvero fanno male, ma che ci sono molti altri dolori che fanno più male di quanto dovrebbero, perché uno presta loro troppa attenzione e non cerca una distrazione fin che passa, come succede con quasi tutte le cose della vita.

Oggi mi domando: per quale motivo dare tanta importanza a certe cose, se quasi tutto si può curare solo con un giro sulla giostra? E ancora di più, per assurdo, un giorno qualsiasi tutto, assolutamente tutto finisce nel semplice e insignificante sbuffo di fumo di una ciminiera, là lontano, a Chacarita.  Ma all’epoca non lo sapevo ancora.

Per me la giostra fu un’esperienza di vita completa. Scoprii che godere la vita aveva a che vedere col movimento, che la vita è fatta di movimento. Tempo, spazio e movimento. La giostra ci forniva tutto ciò. Per un lasso di tempo che non eravamo noi a decidere, la giostra faceva un certo numero di giri e poi si fermava, e restava ferma così fino alla partenza successiva.

Un giro consisteva in… – sai che non ho mai contato quanti giri si fanno su una giostra per completare il giro sulla giostra? –

Ancora una volta c’è una prova in più della teoria della relatività: aspettare di fare un giro durava un’eternità, mentre la durata del giro durava un lampo, e non bastava mai. Quando la giostra era ferma, l’incantesimo cessava e tutto sembrava noioso e smorto. Il tempo si fermava, lo spazio si rimpiccioliva. La chiave per vivere ed essere felice era essere in movimento. La giostra mi dimostrò che non era il mondo che si muoveva, bensì che tutto si muoveva nel mondo: a patto di salire sulla giostra. È così. Quando una cosa si muove tutto comincia a muoversi con essa. La teoria della relatività. Einstein sarà per caso salito su una giostra?

Girare sulla giostra era molto attraente, non lo nego, ma molto di più era tentare di afferrare l’anello. Ah, l’anello! La possibilità di acchiappare l’anello ci apriva un mondo di illusioni e di emozioni che non puoi neanche immaginare. Vicino alla giostra c’era un anello incastrato – provocatore, sfuggente, e tentatore – in una boccia di legno a forma di pera che a sua volta pendeva da una catena, che a sua volta era aggrappata a un’asta mobile, che a sua volta era assemblata a un palo di legno, che a sua volta era conficcato nella terra alla distanza giusta, tutto dipinto di verde bottiglia. Appeso a tutta quella impalcatura c’era l’anello, quieto, solenne e malizioso, quel piccolo anello che ci tentava a prenderlo.

Quando la giostra si metteva lentamente in movimento e suonava la musica, non c’era altro degno di attenzione. C’erano bambini, e soprattutto bambine, che si cominciavano ad agitare passando da un auto a un motoscafo, o da lì su un aeroplano, o su un cavallino, o su che altro. Ma per gli altri bambini, e tra loro mi trovavo io, non importava nulla di quello, eravamo occupati con una “cerimonia di iniziazione”, un rito preparatorio alla lotta senza quartiere, al combattimento per l’anello. Cercavamo rapidamente uno dei tubi di sostegno della giostra, ci appigliavamo con le gambe su quella sbarra per lasciare le nostre mani libere in attesa del gran momento. A un istante preciso, sempre sconosciuto e imprevedibile, il Grande Operatore – il giostraio – si avvicinava con calma all’apparecchio, con una mano afferrava la boccia, e all’improvviso l’anello prendeva vita, ondeggiando nell’aria mentre i nostri piccoli cuori palpitavano in preda alla frenesia.

Il Grande Operatore dell’Eccelso Gioco dell’Anello era per me un essere imprevedibile, affascinante e terribile, fonte di un’infinità di emozioni e insegnamenti. Se riuscivo a prendere l’anello, mi era concesso gratis un giro sulla giostra. Un altro giro gratis! Ti rendi conto? Il mio caro giostraio aveva inventato “Il Mille Miglia” ancora molti anni prima che le compagnie aeree la spacciassero per novità. Acchiappare l’anello era un vero regalo della vita. L’eccitazione per la sfida faceva scaturire cascate di adrenalina. Non importava tanto godersi il giro offerto, l’autentico piacere era la gloria di riuscire a vincere l’astuzia, i trucchi e gli inganni del giostraio, che ci tentava con l’anello man mano che la giostra si avvicinava a noi, per dopo scuoterla, e con finte e stratagemmi evitava che l’acchiappassimo. In verità, quante volte l’eccitazione e l’anelito di acchiapparlo si trasformarono – in un attimo – in un carico di furia e frustrazione, quando la giostra ci allontanava inesorabile, e noi intanto ci sentivamo umiliati e sconfitti per non esser riusciti a battere le finte del grande manipolatore?

Io cercavo di osservare il volto imperscrutabile del Grande Operatore alla ricerca di un segnale che mi rivelasse le sue intenzioni, ma imparai che poca gente, poche volte, è disposta a soddisfare i miei desideri e che bisognava essere preparati a sopportare e superare la delusione. L’anello bisognava guadagnarselo, e quelli che se lo sapevano guadagnare erano quelli che sapevano cosa fare quando perdevano. Cosa fare in caso di sconfitta? Molto semplice, si scendeva dalla giostra, si andava – di corsa per guadagnare alcuni metri – a comprare un nuovo biglietto per salire ancora su un altro giro di giostra, e prepararsi a tentare un’altra volta. Naturalmente erano molte più le volte che rimanevo con la voglia di sconfiggere il negatore infame che quelle in cui volevo acchiappare l’anello e proseguire il mio giro gridando di felicità e orgoglio, esibendo al mondo l’anello come fosse il Vello d’Oro. Non c’è niente da fare, per vincere bisogna imparare a perdere. A quel punto non aveva nessuna importanza se nel giro successivo bisognava restituire l’anello all’esigente e meschino giostraio. La gloria era già mia.

Quando mancavo l’anello iniziava per me un’altra esperienza di un’intensità quasi logorante: aspettare che la giostra girasse lentamente fino a presentarmi di nuovo l’anello davanti. L’ansia era quasi insostenibile, finché riuscivo a vedere se l’anello era ancora al suo posto o se qualcuno glielo aveva portato via prima. Compresi che la giostra ci dava sempre l’opportunità di girare e passare per lo stesso punto, ma era necessario concentrarsi, focalizzarsi, essere il più possibile presenti in quella sfida di sganciare l’anello. Non doveva distrarmi nulla. Se volevo l’anello dovevo dimenticare tutto il resto, perfino il mio mal di denti, per non sprecare quella possibilità che avrebbe potuto essere il mio ultimo giro, la mia unica opportunità. C’era un solo anello e tanti pretendenti. Dovevo imparare a essere il migliore.

Quando la giostra mi riavvicinava all’anello era meraviglioso appurare da lontano che c’era ancora. Nuova opportunità in vista! Dopo vari giri sulla giostra, e frutto di misteriosi e imprevedibili criteri che non sono mai riuscito a decifrare, il padrone della nostra felicità o della nostra sfortuna concedeva a qualcuno il dolce nettare della vittoria consegnandogli tranquillamente l’anello, e così …fino al prossimo giro…”

…Sono passati tanti anni e tuttavia continuo a salire ogni giorno sulla giostra della vita, grato che il Gran Giostraio mi conceda la fortuna di provare un’altra volta, e così avere l’opportunità, ogni tanto, di acchiappare l’anello. Oggi so che acchiappare l’anello è rendere realtà un sogno. Sulla giostra del mio quartiere ho imparato come si faceva.

Se sei ancora lì a leggere, è evidente che non sei ancora svanito in una piccola nuvola di fumo, e l’anello della vita continua a essere a tua disposizione. Per questo motivo ti regalo questo ricordo e ti invito a salire ogni giorno sulla giostra con tutto il tuo entusiasmo. Armati di pazienza, non arrabbiarti, non ci sono esperti né libretti di istruzioni per prendere l’anello. L’unica cosa che conta è persistere e continuare a cercare, e provare. E se in qualche momento perdi le staffe o dai troppa importanza alle cose, guarda a destra… vedrai la grande ciminiera.

Il Giostraio

(Tratto dal libro “Non Uccidere i Tuoi Sogni” di Mario A. Rosen)

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By | 2018-02-07T16:16:12+00:00 febbraio 7th, 2018|A come Amore, Crescita-personale, Libri, LIFESTYLE|0 Comments

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