The way we were

Attendendo la notte degli Oscar, di recente ho visto, uno dietro l’altro, due bei film d’amore. “Ella & John – The leisure seeker”, l’ultimo film di Paolo Virzì e il classico “Come eravamo” di Sydney Pollack. Da quando li ho visti, continuano a risuonarmi dentro la testa, con un continuo rimando di analogie e differenze.

In comune hanno che sono due bei film, diretti da due bravi registi e interpretati da due coppie di grandissimi attori. Da una parte Barbra Streisand e Robert Redford, agli inizi della loro sfolgorante carriera; dall’altra Donald Sutherland e Helen Mirren, ormai vecchi, ma che grazie alla loro esperienza riescono a regalarci un’interpretazione che spazia su vari registri, risultando intensa ed efficace.

Sono 45 gli anni che dividono i due film, e anche se sono entrambi ambientati negli Stati Uniti, sembra quasi che si tratti di due paesi diversi. In “Come eravamo” l’America è appena uscita dalla seconda guerra mondiale ed è fervente di vita, piena di ideali e anche di contraddizioni, di anelito alla libertà e di oscurantismo, che passa attraverso quella brutta pagina della storia chiamata Maccartismo.

Nel film di Virzì invece c’è un’America che pare attonita, alla vigilia dell’elezione di Trump, per il quale sembra possibile entusiasmarsi solo se in preda all’Alzheimer. A John che partecipa a un comizio pro-Trump, Ella ricorda che ha sempre votato democratico, finché egli è stato in possesso di tutte le sue capacità cognitive e che si arrabbiò con lei quella volta che Ella decise di votare per Reagan.

In comune le due coppie hanno l’intensità del sentimento d’amore. Ella e John si amano da una vita e il loro amore sembra essere sopra tutto. Sopra la malattia, che si è impadronita del loro futuro, oltre l’amore per i figli, che si sentono tagliati fuori dalla loro fuga e che solo alla fine riusciranno a comprendere e perdonare. Un amore con gli stessi slanci degli inizi, con la stessa intensità dei primi anni. Ella e John sono veramente una cosa sola, dipendenti uno dall’altra, capaci di compensare le reciproche debolezze con la forza dell’altro.

La passione l’uno per l’altra sembra essere non essere stata intaccata dal tempo: li porta a scontrarsi, a indagare sulle radici e sull’intensità del loro sentimento, a riaprire vecchie ferite, come due adolescenti gelosi, per poi richiuderle col perdono. Sembra che essi si amino proprio come il primo giorno e per compiere il proprio destino ritornano continuamente, con la mente ma anche fisicamente, grazie al viaggio che intraprendono, agli anni felici della loro giovinezza.

Se Ella e John sono fatti l’uno per l’altra e i loro destini sembrano incastrarsi perfettamente, Katie e Hubbel non potrebbero essere più diversi. Sembrano venire da due pianeti diversi, e in effetti a quei tempi la loro differente estrazione sociale era davvero come appartenere a due mondi diversi. Agli antipodi anche i loro temperamenti, non si sa quanto a causa degli ambienti di provenienza o dei differenti caratteri. Se Hubbel è come “la nazione in cui viveva: aveva tutto troppo facilmente”, Katie è una che non molla mai, fino allo sfinimento. Sono due mondi diversi, che si attraggono fortemente, si avvicinano nell’illusione di potersi fondere ma in realtà riescono solo a scontrarsi, finendo per allontanarsi. Hubbel e Katie non sono mai una cosa sola, nonostante l’intensità del sentimento, nonostante il desiderio di poterlo essere.Entrambi provano a cambiare, a lisciare, proprio come accade ai ricci di Katie, le asperità delle proprie personalità per potersi avvicinare senza ferirsi.

 

Ma alla fine i capelli ricrescono ricci, e i temperamenti non si riescono più a domare. Hubbel e Katie si lasciano, arrendendosi all’incompatibilità dei propri destini.

 

Due film diversi, due storie d’amore diverse, una che finisce male, con una separazione, e un’altra, a suo modo, a lieto fine.

Eppure il film che mi ha lasciato di più l’amaro in bocca e una sensazione di tristezza addosso è stato proprio quello di Virzì. Non tanto per il finale, che in fondo ci si aspetta, ma piuttosto per il sentimento descritto tra i due protagonisti. Ella e John sembrano essere rimasti fermi agli anni della propria giovinezza, ritornano in continuazione ai ricordi, non solo per combattere l’Alzheimer, ma anche perché quella del passato è l’unica dimensione che conoscono, in cui si rifugiano per estraniarsi per sfuggire a una realtà che inevitabilmente continua a presentarsi. Una dimensione onirica e proprio per questo evanescente, come tutti i sogni.

Al contrario Katie e Hubbel sono intrisi di realtà e di storia del loro tempo. Sono parte integrante della società che vivono e la società stessa è parte di loro. Sono figli del proprio tempo e della propria realtà. E come la storia va sempre avanti, così anche il loro sentimento muta, si evolve, pur rimanendo sempre fortissimo. Il destino li porterà alla separazione, ma per quanto struggente, lo scambio finale degli sguardi tra i protagonisti, innamorati e consapevoli dell’impossibilità del proprio amore, ci fa capire che rimarranno per sempre vicini: il percorso che hanno condiviso fa parte della loro propria storia, della loro stessa essenza.

E paradossalmente, tra i due film, quello che mi ha lasciato una sensazione più vicina a un lieto fine, è proprio quello “Come eravamo”.

Rita Rossi
Appassionata di arte, fotografia, cinema e scrittura, forse per compensare l'anima da ingegnere.
Faccio parte dell'associazione fotografica Frequenze Visive, per la quale mi piace scrivere di fotografia e di tutti gli eventi ad essa correlati.
By | 2018-03-11T18:18:31+00:00 marzo 11th, 2018|A come Amore, Arte, Fotografia, Musica|0 Comments

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