Vite Sprecate in Coda al Supermercato

È scientificamente dimostrato, ormai ne sono certa. La coda al supermercato è una malattia che non si può debellare. A qualunque ora del giorno si vada a fare la spesa, la coda la si deve fare. Nel mio caso specifico, io capito sempre nella coda più lenta. Perché se una cassa è vuota e io mi scapicollo per raggiungerla prima che qualcuno se ne accorga, arrivo lì contestualmente all’esposizione del cartello “cassa chiusa”?
Per quale motivo, se ho solo tre cose, non ci sono casse veloci aperte? Come mai quelli prima di me pagano sempre con i buoni pasto, che sono tanti e da compilare con lentezza? A quelli che pagano in contanti, poi, mancano sempre i due centesimi e li cercano dappertutto in tempi biblici. Per chi paga con la carta, succede automaticamente che non ci sia la linea oppure è affollata o si sia misteriosamente smagnetizzata.

Vorrei evitare qualunque considerazione in merito alle “casse rapide fai da te”. Neanche una parola che ne compone la definizione è veritiera. Non sono per niente veloci, visto quanto sono maldestra nel ruolo di cassiera e dato che si bloccano continuamente chiedendo l’intervento dell’operatore. Il quale è già impiegato su due altre postazioni contemporaneamente e quando finalmente arriva a me, il mio sangue ha già raggiunto un livello di ebollizione da poterci friggere qualunque alimento. Da lì a diventare maleducata il passo è breve, quindi preferisco tenermi alla larga. La buona educazione è importante. Quei posti lì istigano e io non voglio litigare con chicchessia per futili motivi.

Vogliamo parlare della mia ultima esperienza? Parliamone. Dopo avere repentinamente cambiato postazione, avendo l’illusione che la mia scelta definitiva fosse la più veloce, salvo realizzare che così non era, ma non potevo continuare a cambiare, dovevo farmene una ragione. Il tizio davanti a me aveva un carrello strapieno. Pazienza. Poteva succedermi, come molte altre volte, che avesse un articolo senza prezzo e che la cassiera dovesse chiamare l’assistenza per cercarne il codice. Oppure avere della frutta non pesata, così da invitare il cliente a correre al reparto relativo  per rimediare, con i tempi del caso. Niente di tutto ciò: tutta quella esagerata quantità di prodotti prezzati correttamente senza inghippi. Ero fiduciosa. Al momento del conto terminato, una serie di imprevisti si impossessava di noi tutti lì accodati. La cassiera di un’altra cassa che chiedeva alla nostra di darle delle borsette, le quali erano in uno scatolone nascosto tutto sigillato, da tirare su e aprire faticosamente.
Fatto questo, il tizio del conto esagerato, consegnava una scheda con i bollini che davano diritto a uno sconto sulla spesa. Lei non aveva il tagliandino del prezzo da scontare al cliente, che doveva essere strisciato sul lettore dei codici a barre, così andava allo sportello dell’assistenza per farselo consegnare. Una volta passato lo sconto, mancavano tutti i dati del cliente sul tagliando. Per fortuna, avendo pietà di me, quel signore veniva mandato a compilarlo direttamente allo sportello informazioni dove poi doveva consegnarlo.

Iniziava miracolosamente il mio conto. Stanca morta quale ero, potevo anche non accorgermi di quanto veniva passato a mio carico sul nastro trasportatore. Invece, chissà per quale bizzarra combinazione, vedevo che mi stavano caricando due vasetti di sottaceti che non mi riguardavano. Così lo dicevo alla cassiera, che si stupiva alquanto. Io che sono una sveglia (?), le suggerivo che quei vasetti potevano essere del tizio precedente, che in un giorno fortunato sarebbe già uscito, quindi buonanotte al secchio, niente più tempo da perdere. Ma non era quel giorno lì. Stava ancora all’altro sportello a compilare quella maledetta scheda. Così mi si chiedeva di andarlo a chiamare per venirsi a prendere i vasetti. Io non ci volevo fare un gran caso, ma quel tale mi aveva già guardato alcune volte con aria un tantino sospetta. Diciamo che mi sembrava un po’ maniaco, oppure ero io che cominciavo a vedere cose dissimili dalla realtà. Così, una volta chiamato il tipo strano e spiegatagli la scusa assurda per cui lo richiamavo dalla cassiera la quale, una volta tornato, pensava bene di dirgli che se non li voleva più i vasetti li metteva da parte. Ma lui li voleva e li pagava in contanti con le monetine introvabili di cui sopra. Dopo tante scuse, arrivava il mio turno. Pochi pezzi, veloci. Pagamento stranamente in contanti, solo di carta, le monetine me le doveva dare lei. Niente buoni sconto, buoni pasto, buoni propositi. Nessun ripensamento o dimenticanza dell’ultimo secondo. Anche se mi fossi ricordata di avere dimenticato il mio salvavita tra le corsie, non sarei tornata indietro. Avrei affrontato un drago piuttosto.

Mi sovviene che in alcuni posti, le casse fai da te le chiamano “cassa amica”. Amica di chi? Con un’amica così, non servono nemici. A meno che non sia tipo l’amica di Facebook che conosci anche nella vita reale e che quando incontri, nemmeno ti saluta. #sapevatelo.

 

Monica Penazzato
By | 2017-06-17T22:18:48+00:00 giugno 18th, 2017|Costume&Ilarità, LIFESTYLE|0 Comments

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