Il Brecciolino sulle Strade di Hobbes

La tolleranza e la prevenzione, concetti astratti ma carichi di espressiva importanza per l’uomo e la sua dipendenza con il resto dell’umanità, sono anche principi cardine di una società che non deve mai dimenticare, che sebbene l’essere umano è per natura posto al centro dell’universo dove tutto gli ruota intorno, il peso del prezzo che si deve pagare per comportamenti autoritari dei singoli che la compongono, è ancora così penetrante nel tessuto sociale da non poter essere scontato ai nostri figli. Ogni giorno siamo costretti a vedere azioni di terzi che se anche direttamente non ci toccano, sono per che li subisce, madidi di un’efferata maleducazione che lasciano il segno con l’intensità di un marchio a fuoco.

Durante la circolazione su strada, che agli occhi dei più egoisti sembra un terreno fertile sul quale confrontarsi anziché accettarne la condivisione, bisogna riconoscere e farne proprio il vecchio adagio che dice che la mia libertà finisce quando inizia quella degli altri, in modo tale che non posso permettere che la mia parte più selvaggia e irrequieta di personalità, prenda il sopravvento e ammorbi uno dei più nobili valori che l’individuo abbia mai posseduto: la tolleranza.

Io mi avvalgo del suolo pubblico perché desidero usufruire di un servizio di mobilità che non rappresenta solo un mio diritto, sancito dal principio della libera circolazione delle persone in tutto il Paese, ma al contempo anche un dovere, che corrisponde al rispetto delle cose e delle persone che trovo lungo il mio transito. Se non mi sta bene questo dualismo, dare e avere, allora conviene che mi isoli come un eremita perché il senso di civiltà sembra non appartenermi.

Mi ricordo un caso di cronaca di pochi anni fa, in cui un automobilista è stato ucciso a pugni da un pedone che portava a spasso il suo cane, perché ha investito accidentalmente l’animale scappato dal guinzaglio del padrone, il quale ha punito l’offesa al suo compagno di passeggiate pensando di eliminare fisicamente lo sfortunato guidatore.

Naturalmente, questo e altri simili eventi sono conseguenze estreme cui può arrivare l’essere umano, infatti, Albert Einstein, l’ha vista lunga quando ha affermato che solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non era ancora sicuro della prima; nelle più piccole fattispecie di ogni giorno, però, si rileva l’umana debolezza intrinseca che ci accompagna come un’ombra in agguato.

Quante volte sarà capitato di vederci sorpassare da un irresponsabile in situazioni critiche stradali, per esempio in prossimità di curve o dossi, o in fase d’incrocio con altri veicoli, dove per evitare che il pirata della strada crei un sinistro, ci si vede costretti a porre in essere comportamenti di correzione e salvifici per tutti, quali frenate o sterzate brusche per evitare l’impatto, ecc. E tutto deve finire qua, però. Non possiamo noi stessi, benché coinvolti, ingenerare situazioni di scontro quali gesta triviali rivolte all’incauto guidatore (esempio il famoso dito medio), o addirittura inseguimenti da Far West per bloccarlo e fargli notare le nostre ragioni. Così facendo apriamo la strada a quello Stato di Natura, dove prevale la legge del più forte, il quale in questa ipotetica condizione, secondo la teoria del filosofo inglese Hobbes, è colui che fa la guerra per la supremazia contro tutti, perché sembra che il Diritto avendo di per sé origini naturali, attribuisca, per questo teorizzatore, gli stessi diritti per tutti su qualsiasi cosa, tale da far ingaggiare uno scontro che vede tutti contro tutti.

Il più forte, invece, è chi è in grado di tollerare e prevenire il comportamento degli altri, che sa muoversi con attenzione in ogni tipo di situazione, come se avesse sempre sotto i propri piedi l’instabilità di un tracciato colmo di ghiaia, sassi, materiale minuto, in cui sa prendere la decisione giusta in ogni momento. Sì, è questo il giusto atteggiamento mentale dell’utente della strada, sia esso pedone sia conducente: sapersi muovere con caparbietà, destrezza e una buona dose di malizia quando esce a piedi o utilizzando un veicolo.

Se si vede un pedone a distanza, sebbene non sia sugli attraversamenti pedonali, ma si sia accinto ad attraversare la carreggiata, e benché sia ancora nel tratto iniziale, si deve rallentare con anticipo e all’occorrenza fermarsi, pur avendo lo stesso conducente la precedenza, in questo caso. Diminuendo la velocità con regolarità e in tempo utile, non solo “ammorbidisco” l’arresto d’impatto del veicolo per non investire il pedone, evitando conseguentemente di bloccarmi in mezzo alla strada, ma impedisco al veicolo che mi segue di tamponarmi perché ho avvisato con avvedutezza il suo conducente della mia intenzione di rallentare. In questo caso ho tollerato il comportamento del pedone maldestro, e nello stesso tempo, ho evitato un sinistro stradale usando la prevenzione.

Quando si circola su strada, si tende a non dialogare con chi ne ha lo stesso diritto, e non intendo usando le parole, ma le azioni. Se un mio amico non esterna quello che prova, non potrò mai aiutarlo, quindi se non si usa l’indicatore di direzione per svoltare, non sapremo mai da che parte eventualmente sorpassare chi l’ha omesso, e se si tenta di fare gli indovini, ecco il probabile incidente stradale.

Poi ci sono gli utenti deboli della strada, cioè i bambini, gli anziani, le donne incinte e i disabili, che meritano particolare attenzione. Far prendere uno spavento a una donna in stato di gravidanza, si rischia di farle perdere il bambino in grembo; non capire che un signore attempato ha i riflessi più lenti di un giovane, o che un bambino può manifestare comportamenti imprevedibili perché ingenui, significa che ci manca quel quid necessario a diventare persone complete e responsabili.

Ogni anno le nostre strade diventano teatro d’innumerevoli incidenti, con alti costi sociali e personali, che potremo benissimo farne a meno se solo usassimo la ragione prima di agire, quest’ultima condizionata dalla fretta, dalla dabbenaggine e da una percentuale d’ignoranza che ci offusca, intendendo per quest’ultima non solo quella culturale, cioè il non sapere le nozioni specifiche del Codice della Strada, ma anche quella morale, che potremmo definire quell’insieme di regole dettate dal buon senso, dall’educazione e dall’ordine civico.

Perciò prima la famiglia, poi la scuola e la società, devono formare l’individuo fin da giovane e aiutarlo a divenire uomo, perché solo così sarà pronto ad assurgere a diventare un disciplinato utente della strada, diversamente penserà di essere in grado di affrontare i potenziali pericoli che pullulano in quest’ambiente, senza la consapevolezza che gli manca la base umana dell’essere maturo, che include la capacità di prevenire i rischi, oltre a quella eventuale di affrontarli. Con questa mancanza, diventa come le persone non vedenti che purtroppo devono fidarsi di quello che altri raccontano sulla realtà circostante, cioè dipende inevitabilmente dalle forze esterne; solo quando ha completato con successo il percorso di formazione personale che sta a monte di quello tecnico (cioè avere l’idoneità tecnica per condurre un veicolo), allora non sarà più condizionato dai comportamenti negativi degli altri.

Alla luce di quanto detto, mi torna in mente una famosa citazione del compianto Jim Morrison, che disse: “Ho incontrato un bambino cieco. Mi ha chiesto com’era il Sole e gliel’ho descritto. Mi ha chiesto com’era il Mare e gliel’ho descritto. Mi ha chiesto com’era il Mondo e, piangendo, gliel’ho inventato”.

Siamo artefici del proprio destino, e una volta imparato questo, tutto il resto è vita.

Christian Fabris
Diritto in strada LIFESTYLE
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