Matthew e l’Arte del Chiedere

Chiedi, chiedi e chiedi: le sento ronzare continuamente nella mia testa come se fossero api laboriose e stacanoviste, queste parole semplici, ma complici di uno stile di vita semplice e presente.

Dalla sua bocca uscivano senza sforzo, chiare e forti, sebbene all’inizio non capissi esattamente dove mi avrebbero portato a cercare.

Matthew è un uomo di quarantasei anni, venuto in Italia dalla Nigeria nel 2007, che parla un italiano comprensibile sebbene non chiaro e fluido, un mio caro amico, padre di tre bambini due dei quali ancora piccoli, grande lavoratore oltre che cattolico praticante. Lo conobbi solo in veste di cliente richiedente alcuni servizi nella mia attività di agenzia automobilistica. Ci siamo persi di vista durante questi anni e rivisti esattamente un anno fa, unicamente per suo merito.

Una sera me lo ritrovai davanti a casa mia, mentre stavo aprendo il portone d’ingresso dopo avere portato fuori la spazzatura, con la sua immancabile bicicletta al seguito perché non ha ancora conseguito la patente di guida e, con il suo modo di fare semplice che nasconde un leggero imbarazzo nel tentare di mantenere il controllo, mi chiamò subito per nome e mi chiese come stessi.

Da lì a qualche secondo provai a ricordare chi fosse e soprattutto il suo nome, e poi come per magia, o meglio come se mi fosse arrivato un sottotitolo alla pagina del televideo, cominciò a scorrere nella mia mente ogni singola lettera del suo nome, che mi permise di fermarmi un attimo e di salutarlo con una calorosa stretta di mano.

Gli chiesi anch’io la stessa cosa, non accorgendomi di non avergli dato la sua agognata risposta, e dopo avermi fatto partecipe che tutto nella sua vita prosegue benissimo, e prima che riprendessi a esternare i soliti convenevoli, mi disse che doveva parlarmi, e che aveva bisogno di qualche minuto per restare solo con me. In quel momento potevo dedicargli veramente solo qualche minuto, perché ero già in ritardo rispetto ad alcuni appuntamenti che mi ero preso quella sera; decisi comunque di farlo salire, e mi ricordo che lo condussi su per le scale del condominio e nella direzione del mio ufficio, nonostante la mia abitazione sia solo due rampe di scale più in alto, e con fare imbarazzato lo feci entrare.

Lui entrò guardingo, come fa chi cerca di stare attento a non creare problemi o a non farsi male, mentre io lo precedevo chiedendomi in continuazione che cosa volesse. “Mi ha mandato Dio a pregare per te e con te”, esordì, con il suo italiano un po’ stentato ma capibile per quello che mi serviva in quel momento. Lo guardai come se stessi osservando una schedina della Sisal che mi tradiva sull’ultimo numero vincente, poi mi allontanai di un passo da lui con fare dinoccolato e le mie uniche parole furono: “Non capisco, puoi ripetere?”.

Fece un sorriso spontaneo e luminoso, sollevando gli zigomi nella maniera che dovremmo alla fine fare tutti, con puerile dabbenaggine, spiegandomi che lo spirito del Signore si è calato nella sua anima e gli ha fatto il mio nome, che comunque lui sapeva essere associato alla mia persona, comunicandogli che avevo bisogno di aiuto. In effetti, era da qualche anno che il mio Ego faceva i capricci e non capivo più cosa volessi dalla vita, pur avendo tutto. Sembrava che il mio subconscio, carico di credenze limitanti oltre che di pregiudizi, stesse per esplodere come un armadio zeppo di abiti nuovi e vecchi, intonsi e logori, che si ha bisogno di buttare ma che ci si ostina però a tenere per una ragione che non si sa nemmeno di avere.

Tra il lavoro che assorbiva molto del mio tempo, e la vita privata che bisognava curare di più, mi trovavo in balia degli eventi, come una bandiera che garrisce ai quattro venti strattonata con violenza: sì, in verità mi ero perso.

Io gli spiegai la mia situazione, come se mi confessassi mancando di poco la genuflessione, e quando ebbi finito, lui mi disse che io ho il difetto di chiedere poco, a parte quello di essermi un po’ (più di un po’) allontanato da Dio. Prese dalla tasca del suo marsupio la Bibbia, la aprì trovando subito il versetto adatto allo scopo, e mi chiese di chiudere gli occhi perché avrebbe pregato per me: feci come ordinato, e mi ricordai che tenni gli occhi chiusi una decina di secondi circa, per poi sentire la sua voce forte e determinata che ne esternava il contenuto in lingua inglese.

Da quel momento diventammo veri amici, impegnandomi nel corso dei mesi a essere più risoluto nel mettere in pratica tutti i suoi consigli, che cercherò di riassumere e sintetizzare in quest’articolo. Soprattutto riuscì a farmi comprendere il vero significato del verbo chiedere.

Ognuno di noi, vuoi per pigrizia che per paura, chi più e chi meno, prova spesso qualche resistenza a esternare quello che sente con spontaneità e senso di pienezza. Il fatto di aprirsi con gli altri, con sé stessi e con Dio, ci fa sembrare vulnerabili perché privi di controllo, quello stesso che rende l’uomo sornione fino al midollo; questo comportamento è ovviamente sbagliato, perché non siamo soli nel mondo, nella società e tutti hanno bisogno del prossimo per relazionarsi, vivere e anche per manifestare i propri sentimenti che spesso sfociano in bisogno di aiuto.

Dio ha vari nomi, secondo la religione che ciascuno pratica. L’importante è comprendere che Matthew si riferiva non solo al Creatore nel senso stretto del termine, ma anche a una verità che abbraccia un’accezione molto più vasta, che comprende l’amore, il bisogno degli altri, la pace con noi e tra di noi, la carità e la fratellanza, e non solo. Continuo ancora a leggere alcuni versetti che mi ha indicato (erano anni che non prendevo in mano il Sacro Libro) e in essi riconosco le sue parole.

Ora chiedo di più, dove il destinatario non è solo Lui, ma anche il sottoscritto, e costantemente m’interrogo chi sono e cosa voglio, e cosa posso fare per migliorare la mia vita che è collegata a quella degli altri: chiedo a Dio in preghiera che le mie parole non debbano mai ferire gli altri e che tutto quello che penserò e dirò dovrà avere uno scopo, tutto in funzione del bene comune.

Matthew mi ha insegnato che quando si prega in due, Dio è sempre in mezzo, come se la forza angelica d’intercessione si servisse dello spirito di entrambi per dialogare con il Divino e con maggiore carica; e poi, che per ciascuno di noi sono stati assegnati due angeli, uno che porta le nostre richieste a Dio, e l’altro che ci fa luce se le risposte sono state accolte. Il problema è in che in quest’autostrada di parole e pensieri, ci si può imbattere in un incidente di percorso, che Matthew chiama Setano, cioè Satana (sorrido quando non traduce correttamente in italiano).

Come posso interpretare tutto questo? Credo che se usassi la forza del cuore che, non deve essere ostacolata da quella della ragione, potrei dedurre che le tensioni interne, le paure che accumuliamo durante la nostra esistenza, frenino la nostra spontaneità nel voler ridiscendere (o salire?) e ridiventare bambini, gli unici a interrogarsi ogni giorno sulle stranezze della vita, su cosa vorrebbero avere e sul perché si fa una cosa. Loro non dialogano utilizzando esclusivamente le parole, ma anche e soprattutto i loro sentimenti e le loro passioni, risultato di un’esistenza scevra da ogni contaminazione. I bambini non portano il diavolo dei pregiudizi e della confusione che alberga nei cuori degli adulti, non hanno i sinistri nell’anima, non peccano di egoismo e d’invidia: ecco perché per loro è più semplice chiedere senza vergognarsi.

Non importa a quale età sentiamo la necessità di tornare fanciulli, l’importante è farlo senza poi pentirsi. Di fatti, interpretando ciò che Matthew mi disse su Gesù, cioè che solo a trent’anni lo spirito di Dio lo pervase nella sua massima intensità, credo di poter dire che l’età non deve essere una scusa per non avanzare, ma uno stadio per fermarsi a meditare in funzione dell’agire.

Quanto tempo deve ancora passare prima di provare una forte emozione nell’osservare un’ape adagiata su di un fiore, un tramonto dietro a un paesaggio agreste o lo sfavillante sguardo profondo di un anziano dopo che lo abbiamo salutato per primi; con molta probabilità tanti di noi la provano ancora, ma quanti dopo esserne intrisi, si sono chiesti il perché di quel sentimento e da dove arriva. Usando la propria voce, con il piacere di sentirla, e non con l’ansia che ritorni come un’eco senza risposte, perché queste non tradiscono mai se la fonte da cui derivano, il nostro cuore, in quel momento è disposto ad accogliere perché aduso a tale pratica. Ricordiamoci di allenarlo ogni giorno, attraverso la ferrea volontà di cacciare dalla nostra anima ogni cosa superflua, ingombrante e carica di pregiudizi. Solo quando avremmo svuotato l’inutile, potrà avanzare spazio per l’utile, e saremo così diventati accorti spettatori dei bellissimi spettacoli della vita, che ci accoglieranno come nuovi ospiti che bramano questo primigenio diritto di cittadinanza.

Un mio vecchio professore di università, continuava a ripeterci che solo l’individuo che come pratica quotidiana accetta la consapevolezza di essere ignorante dinanzi alla complessità dello scibile umano, sarà in grado e avrà voglia di interrogare sé stesso e tutto ciò che gli potrà dare risposta: osserva, chiede e valuta. Molta gente passa alla terza fase come fosse una cavalletta che fugge dal predatore, ma così facendo si perde il senso della vita.

E’ così che Matthew ha fatto: a ciascun giorno basta la sua pena e applicando questo principio biblico, il mio caro amico ha trasformato la sua esistenza in Essenza.

 

 

 

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