Recensione del Film Captain Fantastic

Sono uscita dal cinema con la sensazione di aver visto un po’ una boiata. Perché “Capitain Fantastic” è un film eccessivo, ma è anche uno di quei film che ti rimane dentro, a cui ripensi nei giorni successivi.

L’esagerazione c’è, nella storia di questo padre, Ben Cash, che alleva i suoi sei figli nella foresta, in un rapporto da buon selvaggio con la natura. Un’esagerazione in cui, a tratti, non riesci a non leggerci l’ironia: anziché pupazzetti e angioletti c’è l’immagine di Pol Pot nel rifugio di uno dei figli piccoli (che stride, al pensiero di quel che ha combinato in Cambogia) oppure il festeggiamento, come se fosse un Natale laico, del compleanno di Noam Chomsky, intellettuale americano di cui – personalmente – apprezzo in particolare l’attività scientifica, più che quella politica.

All’inizio gli stridori che il film mi ha suscitato sono stati tanti, e Ben Cash non mi stava affatto simpatico, anzi mi dava l’impressione di un pazzo fuori di testa. Nel corso del film però si comprende che non è un pazzo, ma solo una persona profondamente autentica, di quell’autenticità così rara ai nostri giorni. Inflessibile, saldamente legato ai propri principi che cerca di trasmettere ai propri figli. Fermo e severo, ma allo stesso tempo attento e sensibile, come forse ogni genitore dovrebbe essere.

Ripensandoci nei giorni successivi, il film mi è parso tutto incentrato proprio sul tema dell’educazione dei figli. Ben non ha nulla del genitore protettivo a cui siamo abituati noi: spinge i figli ad affrontare prove sempre più dure, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista emotivo, per esempio spiegando cos’è una violenza sessuale con distacco e precisione scientifica, senza nessun velo. Si capisce però che è proprio attraverso questa sincerità e trasparenza che Ben protegge i suoi figli, dando loro gli strumenti per affrontare le difficoltà della vita. Il film sembra voler scardinare tutti i nostri principi sull’educazione. Costringere i ragazzi alla lettura ci sembra una forzatura, anche se poi si stempera e si scioglie nella musica e nella danza; alla fine si capisce però che è anche attraverso la fatica che si alimenta l’amore per i libri e la cultura. Una cultura, quella che Ben cerca di passare ai figli, che all’inizio sembra fatta solo di vuoto nozionismo. Ci stupirà invece la ricchezza di questo nozionismo, che, unito al costante allenamento al dialogo e alla discussione, è il veicolo per insegnare ai ragazzi a pensare con la propria testa e ad argomentare le proprie ragioni.

Ben è granitico nel portare avanti il progetto che insieme alla moglie ha avviato. Gli eventi, la morte dell’amata moglie, lo porteranno ad uscire dal suo mondo e lo scontro con la “civiltà”, come la intendiamo noi, sarà traumatico. All’inizio Ben sembra non sentire ragioni, fermo e fedele alle sue convinzioni e al suo stile di vita. Poi, però, si metterà in discussione, perché la realtà non è solo nera o solo bianca e non esiste la scelta giusta in assoluto. Viggo Mortensen, fascinosissimo interprete protagonista, riesce a dare un volto intenso a questo travaglio, che in fondo è il dubbio profondo di ogni genitore sulla scelta del modello di educazione. Saranno i figli, a quel punto, a mostrargli la via, a dargli le conferme necessarie e, quasi in un rapporto rovesciato, ad occuparsi di lui, portando avanti i suoi principi e facendo in modo che vengano rispettate le ultime volontà della loro madre. E così il funerale hippy di questa donna, che nel film è solo evocata, ma non personaggio, risulta credibile e poetico, con la cremazione sulla pira al canto di “Sweet child o’ mine”.

Alla fine Ben troverà un suo compromesso tra quelli che sono i suoi radicati principi e la “civiltà” da cui si era tenuto a distanza. Il film, dopo aver scardinato e rivoluzionato tutte le nostre convinzioni sull’educazione dei figli,  lascia a noi un grande messaggio: il modo migliore di fare i genitori è rimanere sempre autentici, fedeli a se stessi, seguendo sempre i propri sentimenti e le proprie idee.

Rita Rossi
Appassionata di arte, fotografia, cinema e scrittura, forse per compensare l'anima da ingegnere.
Faccio parte dell'associazione fotografica Frequenze Visive, per la quale mi piace scrivere di fotografia e di tutti gli eventi ad essa correlati.
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